I patti prematrimoniali sono quegli accordi che una coppia stipula prima del matrimonio in vista di un eventuale divorzio.

Stabiliscono in anticipo, ad esempio

  • la misura dell’assegno di mantenimento
  • la divisione dei beni acquistati durante gli anni di matrimonio
  • l’assegnazione della casa familiare ecc.

In sostanza mirano a calcolare e contenere le conseguenze di un eventuale divorzio e, tendenzialmente, a riportare il coniuge meno abbiente nella situazione economica per così dire di partenza in cui si trovava prima delle nozze. Questo tipo di accordi ha trovato larga applicazione negli U.S.A., anche perché in quel contesto con il divorzio i coniugi vedono devoluta la metà dei rispettivi patrimoni all’altro. In Italia, invece, il coniuge economicamente più fragile ha diritto tutt’al più ad un assegno di mantenimento solo se è privo di mezzi adeguati.

Nell’ordinamento italiano i patti prematrimoniali non sono sono previsti.

Quando i coniugi li hanno comunque stipulati, nel corso del processo di separazione o divorzio, il Giudici li hanno per lo più ritenuti nulli per due ragioni:

  1. il coniuge economicamente più fragile potrebbe essere indotto a rinunciare al divorzio (o ad accettarlo a condizioni inique senza la supervisione del giudice)
  2. la nostra legge, che disciplina puntualmente diritti e doveri nascenti dal matrimonio, nonché le conseguenze di un eventuale divorzio non è derogabile. In altri termini marito e moglie non sono liberi, in linea di principio, di fare ciò che vogliono dei loro diritti connessi ai rapporti familiari.

Ciò non significa che una moglie non possa rinunciare ad esigere il pagamento dell’assegno di mantenimento posto a carico del marito dal Tribunale.

Ciò che non è ammesso è che la moglie rinunci all’assegno prima ancora che sorga il suo diritto a chiederlo, per così dire a scatola chiusa, senza sapere in che condizioni si verrà a trovare se e quando divorzierà dal marito.

La valorizzazione della volontà dei coniugi 

Tuttavia non si può non tenere conto del fatto che, in concreto, gli accordi condivisi dai coniugi potrebbero essere anche più tutelanti di quanto previsto in via generale dalle norme di diritto di famiglia dell’ordinamento.

Nemmeno va dimenticato che, in caso di coppie internazionali, l’art. 30 della L. 218/1995 consente ai coniugi di stabilire per iscritto che i loro rapporti patrimoniali siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno uno sia cittadino o residente (che potrebbe quindi anche ammettere i patti prematrimoniali).

Ci sono dunque state delle timide aperture da parte della Giurisprudenza rispetto a tali accordi. Ad esempio sono stati considerati validi

  • Cassazione 23713/12:

l’impegno della futura sposa a intestare al futuro marito un immobile, in caso di divorzio, per rimborsarlo delle spese per la ristrutturazione della casa familiare

  • Cassazione 10378/04

il c.d. patto oltre confine con cui due coniugi italiani residenti all’estero hanno deciso di regolare i loro rapporti patrimoniali con le norme del paese straniero in cui vivevano

Tuttavia con ordinanza 11012 del 26.04.2021 la Cassazione ha segnato un deciso dietrofront rispolverando l’orientamento giurisprudenziale più tradizionale che afferma la nullità assoluta (e quindi rilevabile d’ufficio dal Giudice) dei patti prematrimoniali per contrasto con l’articolo 160 del Codice civile che afferma l’indisponibilità dei diritti che nascono dal matrimonio.

In definitiva, perché anche in Italia le coppie possano regolamentare i loro rapporti in vista di un futuro divorzio sarà necessario attendere una riforma legislativa.